Vorrei arrivare

20160925_185204Vorrei arrivare

dove i miei sogni sanno ballare

dove le mie ombre cantano in coro

dove il pensiero è un’anima in volo.

Vorrei

ma mi fermo davanti al mare

perchè non so partire.

 

Nota: Questa lirica è nata su di un’acqua più breve e un’orizzonte spezzato, con un calice vuoto tra le mani e nella mente le àncore dell’esistenza. Prosit. 

 

 

 

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Sul palmo della mano

Sul palmo della mano

di Michela Campana

Rumore di passi. Si avvicinano leggeri.

Mi piace camminare in campagna, ascoltare i fruscii delle lucertole fra le erbe, osservare i cardellini che si posano sbilenchi sui girasoli per mangiarne i semi. Ma oggi ho allungato troppo la passeggiata e, mentre rientro verso il paese, rallimg_5228
ento l’andatura. Il giovane mi sorpassa a testa bassa senza quasi vedermi. Ha il cervello connesso con due fili che gli escono dalle orecchie e terminano nello smartphone posato sul palmo della mano. Osservo l’andatura stramba, i pantaloni con il cavallo all’altezza delle ginocchia, guardo le scarpe…

“Attento”, gli grido. Che sciocca! Inutile richiamo; lui continua come un automa.

Mi chino e raccolgo da terra la lumaca scampata per miracolo al piede dell’internauta. Sospinta dalle vibrazioni, la poveretta era uscita da un pendio dove un operaio con le cuffie per attutire il rumore manovra quell’infernale tritatutto chiamato decespugliatore.

Mi allontano veloce da quel rumore e anch’io poso la lumaca sul palmo della mano. Anch’io la guardo. Anch’io le parlo.

“Qui non hai scampo”, le dico. “O ti schiacciano o ti tritano.”

In un certo senso assomiglio a quelli che parlano per strada: ai miei tempi si chiamavano matti, oggi sono tutti affaccendati.

Poco dopo, l’internauta spinge un cancello ed entra in casa. Non ode il vecchio che, seduto nel giardino, chiama: “Alan! Alan!”

Una specie di solletico mi dà i brividi. Cammino e sorrido. La lumaca mi sta leccando i sali minerali usciti con il sudore dalla mia pelle.

Ma tu, caro Alan, (è così che ti chiami, vero?) hai già visto la boccuccia della lumaca? Hai già sentito sulla tua mano i movimenti del suo grande piede? O conosci solo i Pokémon?

Come?… Sono strana?
Dipende. Dipende da che angolatura guardi il mondo!

 

Questo testo ci è stato proposto da Michela Campana, che frequenta i corsi di Bellinzona. Ce lo ha presentato così: 

Questo scritto è un piccolo pensiero suggeritomi dal titolo di un concorso: “Prospettive Differenti” e dalla riflessione che, per me, troppe persone si allontanano sempre più dalla natura convinte che gli animali, gli alberi, la natura stessa esistono affinché noi possiamo servircene. Hubert Reeves ha detto: “L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”.

 

Chiara Aquilino conquista il premio speciale della giuria, a Gallarate

A Gallarate, il Premio Speciale della Giuria del concorso di scrittura, è stato consegnato a Chiara Aquilino con il racconto Il valore del mio tempo, per il miglior scritto da un nato dopo il 1990.

Il concorso di scrittura per racconti brevi è stato aperto in occasione della XXV edizione del Premio nazionale Arti Visive città di Gallarate ed è stato promosso dal Bibliotecario Consortile Antonio Panizzi e la Biblioteca Civica “Luigi Majno” di Gallarate.

Il concorso è in collaborazione con la Scuola Yanez, laboratorio di scrittura a Gallarate e a Milano, Varese e nel Canton Ticino e la testata giornalistica on-line Gli amanti dei libri.

La giuria era presieduta da Andrea Fazioli (scrittore) e composta da Loredana Bielli (docente di lettere), Barbara Bottazzi (docente di lettere e direttore della testata online “Gli Amanti del libri”), Sara Magnoli (scrittrice e giornalista) e Barbara Mattiolo (responsabile della biblioteca di Gallarate).

Il Premio speciale Arnetta per racconti ambientati a Gallarate è stato attribuito a Emanuela Signorini per il suo racconto intitolato La fata addormentata.

Vincitore del primo premio, Giovanni Bruno con La città del fiume circolare.

Fonti:

Magritte e l’inganno della pipa

Geniale.

Fu il mio compagno Cristian, al liceo, a spiegarmi questo quadro di Magritte. È il disegno di una pipa. È tanto semplice e tanto geniale al tempo stesso, come ho fatto a non capirlo da solo? Non è una pipa perché non la puoi prendere in mano, non la puoi annusare e fumare. È, in semiotica, il segno di una pipa (un’icona, a voler essere precisi: un segno il cui significante assomiglia al suo significato). Ed è così che lo spiego oggi ai miei allievi.

Eppure mi ha sempre disturbato, mi ha sempre dato un po’ fastidio. Forse perché non ci sono arrivato da solo. Ma mi sono sempre sentito ingannato da questa proposta di Magritte. Solo recentemente, riflettendo sulla narrazione letteraria, ho capito perché.

Nella letteratura, soprattutto nella letteratura fantastica (cioè fantasy, fantascienza, horror eccetera), esiste un fenomeno che si chiama sospensione dell’incredulità. Quando si legge narrativa, si sospende la propria capacità critica per accettare cose che non esistono. Leggendo sappiamo che draghi, teletrasporti, raggi laser, dinosauri che parlano, non esistono, ma facciamo finta di niente. La stessa cosa vale anche in altri generi letterari. Sappiamo che Rocco Schiavone e Montalbano non esistono, ma li accettiamo.

Li accettiamo perché sono coerenti. Non esistono ma potrebbero. Persino i draghi e i dinosauri che parlano potrebbero esistere, nel mondo immaginario creato dall’autore. Quando l’autore sbaglia e nel suo mondo immaginario manca coerenza, il lettore smette di sospendere l’incredulità e il meraviglioso castello fantastico della narrazione crolla. Se Jon Snow parte in moto o Rocco Schiavone usa il teletrasporto, il mondo fantastico non è più coerente e il lettore si risveglia dal suo sogno volontario, gettando il libro dalla finestra.

È un fenomeno quasi naturale, una cosa che fanno anche i bambini quando raccontiamo loro una storia. Sanno che è finta, ma vogliono crederci.

Ed è per questo che la pipa di Magritte mi dà fastidio. Perché io mi lascio ingannare volontariamente dalla sua proposta, dal suo disegno di una pipa. Mi lascio coinvolgere nel suo mondo come se il quadro fosse un racconto o un romanzo. E quando lui mi dice che quella non è una pipa, sta rovinando il suo stesso mondo. Come se Rocco Schiavone, di fronte al cadavere dell’ennesima vittima, guardasse in camera e mi dicesse “Aho, guarda che non è morta davvero”.

Perché fermare una storia?

Scrivendo un commento su Anna, di Niccolò Ammaniti, mi sono fermato a pensare all’utilità di alcuni flashback. Non sono molti, nel romanzo, e non portano in realtà nulla di utile alla trama. A volte caratterizzano un pochino di più un personaggio, ma niente che non si sarebbe potuto fare con qualcosa lungo la timeline della storia. Altre volte parlano di un altro personaggio che è presenta solo nel flashback e non nella timeline (o solo marginalmente). Insomma, divagazioni apparentemente inutili che fermano la storia, anziché farla progredire.

Ma siccome Ammaniti non è uno sprovveduto mi sono chiesto perché li ha introdotti.

Credo che il senso sia proprio quello di fermare la storia e dare il tempo al lettore di riflettere su quanto accade e di abituarsi alla situazione di quanto ha appena letto. Una sorta di pausa obbligata che il lettore fa senza nemmeno accorgersene.

Anna è un romanzo con un ritmo piuttosto serrato, in cui scopriamo cose terribili con gli occhi ingenui di una ragazzina.

Un esempio, tratto dal mio commento:

A pagina 40 seguiamo Anna nella sua casa, al buio, con una torcia. Il fratello scotta e lei cerca il quaderno, lasciato dalla madre, dove potrebbe trovare il modo di curarlo. Per una ventina di righe la vediamo aggirarsi per la casa (“Il fascio di luce illuminò un tappeto a scacchi colorati e una scrivania impolverata…” cose così). Poi di botto: “Sulla sopraccoperta rossa e blu c’era uno scheletro con le braccia incrociate”. La naturalezza di questa narrazione ci prende a schiaffi perché, da adulti, noi ci rendiamo conto e capiamo che Anna no, non se ne rende conto. Non del tutto.

Con periodi del genere, credo sia necessario ogni tanto fermarsi e io credo che Ammaniti abbia introdotto questi flashback (anche) per questa ragione.

Gioco di poesia sul mare, d’inverno

20170105_150450E’ una giornata tersa sul mare d’inverno, ma non m’importa che sia inverno, mi importa che sia mare: così procedo, incurante del maestrale dispettoso e del freddo inusuale in Riviera. Camminando per le vie semi-affollate dei giorni di festa mi capita di imboccare una vecchia galleria della strada ferrata che correva lungo la costa, ora dismessa. Questi luoghi sono testimonianza di ciò che spesso accade nella storia: l’avanzare del progresso ha modificato il territorio, il successivo avanzare lo ha riplasmato in una delle tante forme che l’uomo dà al suo passaggio su questa terra, nell’incessante ricerca di un miglioramento economico.  Nell’Ottocento fu costruita la linea ferroviaria e già nel 1861, anno dell’Unità, prima ancora che entrasse in funzione, i cittadini del borgo lamentavano le difficoltà in cui si sarebbero trovate le loro attività. La ferrovia era stata costruita direttamente sul mare, lasciando che i flutti lambissero i muraglioni e togliessero spazio alla rena su cui stazionavano le barche. Ma intanto, proprio in questo modo, stava fiorendo l’attività turistica in Riviera, che ne avrebbe definitivamente modificato fisionomia e abitudini di vita. Tra il 1968 e il 1977 si procedette al suo smantellamento per trasferirla all’interno e ora le gallerie in cui transitavano i treni sono in alcuni casi abbandonate, in altre sono diventate depositi industriali oppure suggestivi passaggi ciclo-pedonali. A Celle si è trasformata addirittura in un luogo insolito in cui installare una mostra d’arte permanente sul tema “Artisti e matematica”, talvolta purtroppo sfregiata dai vandali. Ma la bellezza  rifiorisce, si ribella, non si arrende: all’imbocco di levante si trova un muro su cui ogni anno, a settembre, vengono posate alcune piastrelle che recano dipinte le poesie vincitrici di un premio giunto al quindicesimo anno. Ci sono ormai tanti versi che evocano situazioni e sentimenti, nati dall’ispirazione di ragazzi e adulti che si sono cimentati con i diversi temi proposti. Ad attrarre la mia attenzione è un componimento, che è in realtà un gioco poetico:

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Un forte richiamo a farci guidare dalle parole dei grandi poeti nel sentiero della vita e della scrittura che percorreremo anche quest’anno.

NB: Il premio nazionale di Poesia Giovani Senza Confini è realizzato dall’Associazione Alberto Peluffo, in collaborazione con Il Giornalino, Circolo Acli di Alpicella e con il patrocinio del Comune di Celle Ligure

Chi vuole sapere di più sulle ferrovie abbandonate può cliccare  qui

Premio speciale Arnetta a Gallarate per Emanuela Signorini

Il Premio speciale Arnetta per racconti ambientati a Gallarate, nell’abito del concorso di scrittura di Gallarate (tema: “Il fiume e la città”), è stato attribuito a Emanuela Signorini per il suo racconto intitolato La fata addormentata.

Il premio è stato attribuito “per l’originalità nell’aderenza al tema e nell’ambientazione rivisitando la fiaba in chiave moderna”.

Il concorso di scrittura per racconti brevi è stato aperto in occasione della XXV edizione del Premio nazionale Arti Visive città di Gallarate ed è stato promosso dal Bibliotecario Consortile Antonio Panizzi e la Biblioteca Civica “Luigi Majno” di Gallarate.

Il concorso è in collaborazione con la Scuola Yanez, laboratorio di scrittura a Gallarate e a Milano, Varese e nel Canton Ticino e la testata giornalistica on-line Gli amanti dei libri.

La giuria era presieduta da Andrea Fazioli (scrittore) e composta da Loredana Bielli (docente di lettere), Barbara Bottazzi (docente di lettere e direttore della testata online “Gli Amanti del libri”), Sara Magnoli (scrittrice e giornalista) e Barbara Mattiolo (responsabile della biblioteca di Gallarate).

Il Premio Speciale della Giuria è stato consegnato a Chiara Aquilino con il racconto “Il valore del mio tempo” al miglior scritto da un nato dopo il 1990.

Vincitore del primo premio, Giovanni Bruno con La città del fiume circolare.

Fonti:

Giovanni Bruno vince il concorso di scrittura di Gallarate

Il concorso di scrittura di Gallarate (tema: “Il fiume e la città”) è stato vinto da Giovanni Bruno con un racconto intitolato La città del fiume circolare.

Ecco l’incipit:

Che il fiume fosse circolare, che scorresse cioè in tondo, non lo si vedeva a occhio nudo. Sembrava diritto. Un po’ come la linea dell’orizzonte, che sembra diritta ma è curva.

Il premio è stato attribuito “per la capacità di proporre, mediante il meccanismo narrativo, uno spunto di dibattito filosofico con una scrittura senza inciampi, ritmata e capace di suscitare immagini. In un paesaggio che si presenta contraddistinto dall’indifferenza e dall’irrilevanza, si rivela la tensione verso un senso compiuto, verso un mondo in cui ogni cosa acquisisce un significato attraverso la relazione con le altre”.

Il concorso di scrittura per racconti brevi è stato aperto in occasione della XXV edizione del Premio nazionale Arti Visive città di Gallarate ed è stato promosso dal Bibliotecario Consortile Antonio Panizzi e la Biblioteca Civica “Luigi Majno” di Gallarate.

Il concorso è in collaborazione con la Scuola Yanez, laboratorio di scrittura a Gallarate e a Milano, Varese e nel Canton Ticino e la testata giornalistica on-line Gli amanti dei libri.

La giuria era presieduta da Andrea Fazioli (scrittore) e composta da Loredana Bielli (docente di lettere), Barbara Bottazzi (docente di lettere e direttore della testata online “Gli Amanti del libri”), Sara Magnoli (scrittrice e giornalista) e Barbara Mattiolo (responsabile della biblioteca di Gallarate).

Il Premio Speciale della Giuria è stato consegnato a Chiara Aquilino con il racconto “Il valore del mio tempo” al miglior scritto da un nato dopo il 1990.

Il Premio Speciale Arnetta è stato consegnato a Emanuela Signorini con il racconto “Fata addormentata social fiaba” per l’originalità nell’aderenza al tema e nell’ambientazione rivisitando la fiaba in chiave moderna.

Fonti:

 

 

Flauti dagli abissi

In un recente laboratorio i partecipanti si sono confrontati con un esercizio dedicato al suonare le parole, la scrittura come arte dell’ascolto.

Ecco la prova di Tamara Kalberer. 

Fa sol la, sol fa sol, DO.

Bastano poche note e sono catapultata in dietro di una quindicina d’anni, tra poster di cavalli, crisi adolescenziali, il mangiacassette e pantaloni a zampa.

Questa canzone, seppure in chiave rivisitata “nativi d’America”, mi mette una certa apprensione.

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Il blu di Piero

Pubblichiamo una divagazione proposta da uno dei nostri iscritti, Nino Smacchia.

Ho trascorso la mia giovinezza in una zona al confine tra Marche e Toscana, praticamente la patria di Piero della Francesca. Non era quindi per me difficile imbattermi nei suoi dipinti. In questi mi colpivano sempre le sfumature dei colori, in particolare il blu. Poiché al tempo i colori erano ottenuti dalla macinatura di prodotti naturali, mi chiedevo da cosa mai potesse essere ottenuto un tale blu.

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