Esercizi: la finestra

Gli allievi della scuola hanno ricevuto la descrizione di un personaggio e di una finestra e vi hanno costruito intorno un breve episodio narrativo.

Ecco il testo, editato, di uno dei partecipanti.

Luci di casa, di Marco Faré. 

Virginia si alzò dal divano spingendosi sul bracciolo e sul bastone. Attraversò la sala e fece per spostare la sua poltrona.

«Mamma, cosa fai?»

La reazione di sua figlia non la sorprese e un sorriso le increspò le rughe del volto. Silvana non reagì.

«Questa poltrona deve stare girata verso la finestra.»

«D’accordo, ma ti aiuto io.»

Una volta seduta, Virginia prese la tazza di thè dalle mani di Silvana e rivolse lo sguardo oltre i vetri.

«Da qui si vedono i bambini che giocano nel parco.»

«Fanno un bel baccano.»

«Fanno compagnia.»

«Anche Margherita ti fa compagnia. Ti aiuta. Potrebbe anche fermarsi a dormire.»

«Ma che cosa dici? Ha di meglio da fare che passare la notte qui.»

«È il suo lavoro, la paghiamo per aiutarti.»

«Non mi piacciono le case grandi. Non avrei voluto una stanza in più, ora che sono sola. L’avete voluta tu e i tuoi fratelli. Adesso sono qui, ma non ci voglio nessuno in quella stanza.»

«Sempre le stesse storie! È solo per aiutarti.»

«A me bastava un monolocale.»

Virginia sorseggiò il thè. Il suo sguardo seguiva le evoluzioni dei bambini nonostante la sera iniziasse ad avvolgere le forme.

«E poi, mamma, l’hai scelta tu questa casa.»

«Mi piace questa finestra.»

«Per i bambini?»

Virginia indicò un punto fuori dalla finestra.

«E anche per quelle.»

Oltre il parco, in cima alla montagna che sovrastava Lugano, si erano appena illuminate le luci dell’antenna del San Salvatore. Rosse, brillanti ma non fastidiose. Il ritmo con cui lampeggiava quella più in alto era lento e la rilassava. Un battito cardiaco rassicurante, materno. Una sentinella che vegliava su chi l’osservava.

«Le luci dell’antenna?»

«Le riconoscerei in ogni momenti.»

Chiuse gli occhi e iniziò a scandire il ritmo battendo un’unghia sulla tazza.

«Quando ero piccola» raccontò, «abitavamo a Massagno, in collina. Era una bella zona e ci viveva della gente a posto. La nostra casa era grande, ma io e le mie sorelle dormivamo nella stessa stanza. Avevamo una donna fissa che cucinava e faceva le pulizie. Stava in una cameretta al piano terra. Tu pensa, noi eravamo le padrone di casa e dormivamo in tre nella stessa stanza, lei aveva una stanza tutta sua. E un bagno! Mentre noi lo dividevamo con i nostri genitori.»

«Lo so, mamma, ma cosa c’entrano le luci?»

«La povera Nina! Io e tua zia Nina litigavamo sempre la sera perché io volevo lasciare la tenda aperta e lei la voleva chiusa. Ma visto che ero io la più vicina alla finestra, decidevo io.»

«Non me l’hai mai detto. E perché volevi le tende aperte?»

«Perché vedevo le luci dell’antenna.» Virginia sorrise. Bevve un altro sorso di thè e porse la tazza a Silvana.

Aveva vissuto in tanti posti. Il lavoro di suo marito l’aveva portata a Milano, ad Ancona, a Brescia, a Torino, e poi anche nella Svizzera interna. Tornata a Lugano, avevano abitato diverse case e appartamenti. La sua vita era ritmata dai traslochi.

«Sono le mie luci. Se le vedo, vuol dire che sono a casa.»

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