Il blu di Piero

Pubblichiamo una divagazione proposta da uno dei nostri iscritti, Nino Smacchia.

Ho trascorso la mia giovinezza in una zona al confine tra Marche e Toscana, praticamente la patria di Piero della Francesca. Non era quindi per me difficile imbattermi nei suoi dipinti. In questi mi colpivano sempre le sfumature dei colori, in particolare il blu. Poiché al tempo i colori erano ottenuti dalla macinatura di prodotti naturali, mi chiedevo da cosa mai potesse essere ottenuto un tale blu.

Altro mio cruccio erano quelle particolari “ruote” di pietra che qua e là affioravano dal terreno e che molti usavano per abbellire il giardino di una villa, mentre i contadini, più pragmaticamente, usavano per completare la muratura di un pozzo. Non erano macine da grano né tantomeno macine da olio, visto che il territorio del Montefeltro e quello toscano di confine non sono adatti alla coltivazione dell’ulivo. Cos’erano allora? Queste domande sono rimaste inevase fino a quando un giorno, percorrendo la statale per Boccatrabaria, presso Lamoli, intravidi, in un cortile, un pezzo di stoffa di quel colore blu che tanto mi affascinava. Mi ero imbattuto nel “museo delle piante tintorie” dove alcuni appassionati avevano riportando in vita la pratica della tintura naturale, dalla coltivazione dimostrativa delle varie specie fino alla coloratura di prodotti vari. Seppi che quella stoffa era stata tinta con il “guato”.

Mi ricordai allora di quanto avevo letto sull’importanza che questa pianta aveva avuto nell’economia dei territori interni alla provincia di Pesaro e Urbino intorno al 1400/1500.

Con mia soddisfazione vedevo finalmente il famoso “guato”, una pianticella insignificante, simile ad un ceppo di insalata, ma conosciuta fin dall’antichità e citata da Plinio nella Historia Naturalis come Isotis Tintoria; era usata già nel Medioevo per colorare, con le più belle sfumature di blu, i tessuti preziosi.

La sua coltivazione, diffusa in varie parti d’Italia, assunse una particolare importanza nell’area interna della provincia di Pesaro e Urbino, in particolare nel territorio di Casteldurante, particolarmente adatto alla coltivazione di questa pianta, che predilige i terreni arenosi e non troppo umidi. Il guato di Casteldurante era quindi di qualità superiore, come ci conferma, in un suo scritto, Cipriano Piccolpasso, eminente studioso del tempo, di ritorno da un viaggio a Rieti.

“Fannosi quivi gran quantità de guati; è ben vero che io intendo che per la grassezza del terreno caussata dall’abondanza dell’acqua non sono in quella perfettione che son quelli dello stato d’Urbino e particolarmente a Casteldurante mia patria, che portano il pregio maggiore di tutti gli altri che si fanno in Italia”.

Nel Rinascimento il guato diventa l’oro blu del Montefeltro: la sua coltivazione era incoraggiata e protetta dai duchi di Urbino, fino a diventare un’importante fonte economica e, come tale, regolamentata con precise indicazioni sulla modalità di coltivazione, sulla misura dei pani e le regole per la conduzione dei maceri come si deduce da uno statuto.

“Proponendo l’util pubblico, nel cogliere, et studiare li guati, stabilimo, ordinamo et volemo, che ogni persona, che farà guati nel contado, et distretto della Terra di Durante, sia tenuta, et obligata [a] seminare seme di guato gentile, et cogliere la foglia di tal guato gentile schietta senza mistura in modo alcuno di guato selvatico, o altr’herbe. Et chi contrafarà per ciascun ceppo di guato selvatico che sarà trovato havere nel campo de guato, caschi in pena di doi soldi…

Et se sarà trovato havere la foglia alla macina con altr’herba, che co’l guato gentile, caschi in pena di un scudo d’oro…”   

Ho scoperto che le particolari “ruote” di pietra che tanto mi incuriosivano, altro non erano che macine da guato. Per ottenere il caratteristico pigmento infatti, le foglie del guato erano tritate con tali macine e la poltiglia, così ottenuta, veniva confezionata in pani o in palline sferiche messe poi a fermentare con aceto e urine, per essere usate in loco.

Esisteva tutta una filiera produttiva legata al guato, che coinvolgeva diverse figure che oggi definiremmo professionali come i coltivatori, i macinatori, i trasportatori, i tintori, fino ai mercanti di tessuti. E non è un caso che proprio il padre del pittore Piero della Francesca fosse un ricco commerciante di tessuti e di guato.

Tra le piante tintorie del museo c’è la reseda, da cui si ottiene il giallo, la robbia, da cui nasce il rosso, lo zafferano, da cui si ricava un giallo più scuro e l’ortica, per dar vita a un bel verde brillante. Ma quella, senza dubbio, più suggestiva è il guato, da cui si ottiene un blu intenso quasi indaco: proprio quello dei dipinti di Piero della Francesca.

Tutto mi riportava nel mondo di Piero e aggirandomi per le stradine del borgo avevo l’impressione di incontrarlo da un momento all’altro, in cerca della partita di prodotto migliore e sentirlo, nella sua cadenza toscana, tirare sul prezzo.

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