Categoria: Divagazioni

Sul palmo della mano

Sul palmo della mano

di Michela Campana

Rumore di passi. Si avvicinano leggeri.

Mi piace camminare in campagna, ascoltare i fruscii delle lucertole fra le erbe, osservare i cardellini che si posano sbilenchi sui girasoli per mangiarne i semi. Ma oggi ho allungato troppo la passeggiata e, mentre rientro verso il paese, rallimg_5228
ento l’andatura. Il giovane mi sorpassa a testa bassa senza quasi vedermi. Ha il cervello connesso con due fili che gli escono dalle orecchie e terminano nello smartphone posato sul palmo della mano. Osservo l’andatura stramba, i pantaloni con il cavallo all’altezza delle ginocchia, guardo le scarpe…

“Attento”, gli grido. Che sciocca! Inutile richiamo; lui continua come un automa.

Mi chino e raccolgo da terra la lumaca scampata per miracolo al piede dell’internauta. Sospinta dalle vibrazioni, la poveretta era uscita da un pendio dove un operaio con le cuffie per attutire il rumore manovra quell’infernale tritatutto chiamato decespugliatore.

Mi allontano veloce da quel rumore e anch’io poso la lumaca sul palmo della mano. Anch’io la guardo. Anch’io le parlo.

“Qui non hai scampo”, le dico. “O ti schiacciano o ti tritano.”

In un certo senso assomiglio a quelli che parlano per strada: ai miei tempi si chiamavano matti, oggi sono tutti affaccendati.

Poco dopo, l’internauta spinge un cancello ed entra in casa. Non ode il vecchio che, seduto nel giardino, chiama: “Alan! Alan!”

Una specie di solletico mi dà i brividi. Cammino e sorrido. La lumaca mi sta leccando i sali minerali usciti con il sudore dalla mia pelle.

Ma tu, caro Alan, (è così che ti chiami, vero?) hai già visto la boccuccia della lumaca? Hai già sentito sulla tua mano i movimenti del suo grande piede? O conosci solo i Pokémon?

Come?… Sono strana?
Dipende. Dipende da che angolatura guardi il mondo!

 

Questo testo ci è stato proposto da Michela Campana, che frequenta i corsi di Bellinzona. Ce lo ha presentato così: 

Questo scritto è un piccolo pensiero suggeritomi dal titolo di un concorso: “Prospettive Differenti” e dalla riflessione che, per me, troppe persone si allontanano sempre più dalla natura convinte che gli animali, gli alberi, la natura stessa esistono affinché noi possiamo servircene. Hubert Reeves ha detto: “L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”.

 

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Magritte e l’inganno della pipa

Geniale.

Fu il mio compagno Cristian, al liceo, a spiegarmi questo quadro di Magritte. È il disegno di una pipa. È tanto semplice e tanto geniale al tempo stesso, come ho fatto a non capirlo da solo? Non è una pipa perché non la puoi prendere in mano, non la puoi annusare e fumare. È, in semiotica, il segno di una pipa (un’icona, a voler essere precisi: un segno il cui significante assomiglia al suo significato). Ed è così che lo spiego oggi ai miei allievi.

Eppure mi ha sempre disturbato, mi ha sempre dato un po’ fastidio. Forse perché non ci sono arrivato da solo. Ma mi sono sempre sentito ingannato da questa proposta di Magritte. Solo recentemente, riflettendo sulla narrazione letteraria, ho capito perché.

Nella letteratura, soprattutto nella letteratura fantastica (cioè fantasy, fantascienza, horror eccetera), esiste un fenomeno che si chiama sospensione dell’incredulità. Quando si legge narrativa, si sospende la propria capacità critica per accettare cose che non esistono. Leggendo sappiamo che draghi, teletrasporti, raggi laser, dinosauri che parlano, non esistono, ma facciamo finta di niente. La stessa cosa vale anche in altri generi letterari. Sappiamo che Rocco Schiavone e Montalbano non esistono, ma li accettiamo.

Li accettiamo perché sono coerenti. Non esistono ma potrebbero. Persino i draghi e i dinosauri che parlano potrebbero esistere, nel mondo immaginario creato dall’autore. Quando l’autore sbaglia e nel suo mondo immaginario manca coerenza, il lettore smette di sospendere l’incredulità e il meraviglioso castello fantastico della narrazione crolla. Se Jon Snow parte in moto o Rocco Schiavone usa il teletrasporto, il mondo fantastico non è più coerente e il lettore si risveglia dal suo sogno volontario, gettando il libro dalla finestra.

È un fenomeno quasi naturale, una cosa che fanno anche i bambini quando raccontiamo loro una storia. Sanno che è finta, ma vogliono crederci.

Ed è per questo che la pipa di Magritte mi dà fastidio. Perché io mi lascio ingannare volontariamente dalla sua proposta, dal suo disegno di una pipa. Mi lascio coinvolgere nel suo mondo come se il quadro fosse un racconto o un romanzo. E quando lui mi dice che quella non è una pipa, sta rovinando il suo stesso mondo. Come se Rocco Schiavone, di fronte al cadavere dell’ennesima vittima, guardasse in camera e mi dicesse “Aho, guarda che non è morta davvero”.

Il blu di Piero

Pubblichiamo una divagazione proposta da uno dei nostri iscritti, Nino Smacchia.

Ho trascorso la mia giovinezza in una zona al confine tra Marche e Toscana, praticamente la patria di Piero della Francesca. Non era quindi per me difficile imbattermi nei suoi dipinti. In questi mi colpivano sempre le sfumature dei colori, in particolare il blu. Poiché al tempo i colori erano ottenuti dalla macinatura di prodotti naturali, mi chiedevo da cosa mai potesse essere ottenuto un tale blu.

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Notte in un vecchio mulino. Notte di Nebbia (non) Gialla

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Capita raramente che, arrivata una certa ora, non mi venga affatto voglia di dormire. E non per preoccupazioni o eccessiva stanchezza, ma per desiderio di godermi il più possibile un’atmosfera, una sensazione.

Ero in viaggio per seguire un evento culturale nella Bassa Padana e alloggiavo in un Bed and Breakfast ricavato in un vecchio mulino a Luzzara, il paese natale di Cesare Zavattini. Un luogo accogliente, che conservava le tracce dell’antico mestiere: una scala, una catena, un gancio di carico, la sede della tramoggia, il condotto che portava il macinato. E insieme le tovaglie di lino grezzo con motivi floreali stampati, i tappeti, le sedie, le tende di pizzo, le lampade: il buon gusto dell’architettura d’interno che vuole valorizzare l’antico. Al caldo, seduta sul divano, avvolta dal calore dell’ambiente, ho sentito d’improvviso un richiamo a un mondo che non aveva nulla di così candido, profumato e perbene. E’ bastato sfogliare un album di foto disposto sul tavolino: contadini che popolavano le campagne di allora, foto dei paesaggi vuoti di case, intrisi di vita.

Mi ero appena lasciata la nebbia fuori e sono corsa alla finestra. Nel cortile gli edifici che erano il vecchio caseificio erano avvolti da un candore lattiginoso, illuminati da un faro invisibile come una luna di carta. Da lì sembrano uscire ora quelle figure e venirmi incontro a volersi raccontare. Volti rugosi bruciati dal sole e marciti dall’umidità, mani callose e artritiche, aie e cortili vuoti e fangosi o arsi dal sole che d’estate qui ammorba più della nebbia d’inverno.

Le fotografie, si sa, possono dire molto: scatti che immortalano degli sguardi severi, increduli, mai sereni e la miseria di case antiche e muri scrostati, di abiti consunti di strade sterrate senza automobili.
Ho chiuso il libro a malincuore lasciando vincere la stanchezza. Ho aperto la finestra per respirare l’aria umida. La nebbia che dilata il tempo e dà quasi l’illusione dell’infinito. Il luogo dove puoi incontrare chi c’era.

Barbara Bottazzi

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Note:
1) Ero lì per  seguire il Nebbia Gialla 2016 Qui trovate le mie impressioni giornalistiche.
2) Il libro fotografico in questione è “Un paese. Vent’anni dopo” di Cesare Zavattini e Gianni Berengo Gardin – 24 ore cultura

3) Grazie per la calorosa accoglienza al B&B La spingarda di Luzzara (RE)