Categoria: Riflessioni

Magritte e l’inganno della pipa

Geniale.

Fu il mio compagno Cristian, al liceo, a spiegarmi questo quadro di Magritte. È il disegno di una pipa. È tanto semplice e tanto geniale al tempo stesso, come ho fatto a non capirlo da solo? Non è una pipa perché non la puoi prendere in mano, non la puoi annusare e fumare. È, in semiotica, il segno di una pipa (un’icona, a voler essere precisi: un segno il cui significante assomiglia al suo significato). Ed è così che lo spiego oggi ai miei allievi.

Eppure mi ha sempre disturbato, mi ha sempre dato un po’ fastidio. Forse perché non ci sono arrivato da solo. Ma mi sono sempre sentito ingannato da questa proposta di Magritte. Solo recentemente, riflettendo sulla narrazione letteraria, ho capito perché.

Nella letteratura, soprattutto nella letteratura fantastica (cioè fantasy, fantascienza, horror eccetera), esiste un fenomeno che si chiama sospensione dell’incredulità. Quando si legge narrativa, si sospende la propria capacità critica per accettare cose che non esistono. Leggendo sappiamo che draghi, teletrasporti, raggi laser, dinosauri che parlano, non esistono, ma facciamo finta di niente. La stessa cosa vale anche in altri generi letterari. Sappiamo che Rocco Schiavone e Montalbano non esistono, ma li accettiamo.

Li accettiamo perché sono coerenti. Non esistono ma potrebbero. Persino i draghi e i dinosauri che parlano potrebbero esistere, nel mondo immaginario creato dall’autore. Quando l’autore sbaglia e nel suo mondo immaginario manca coerenza, il lettore smette di sospendere l’incredulità e il meraviglioso castello fantastico della narrazione crolla. Se Jon Snow parte in moto o Rocco Schiavone usa il teletrasporto, il mondo fantastico non è più coerente e il lettore si risveglia dal suo sogno volontario, gettando il libro dalla finestra.

È un fenomeno quasi naturale, una cosa che fanno anche i bambini quando raccontiamo loro una storia. Sanno che è finta, ma vogliono crederci.

Ed è per questo che la pipa di Magritte mi dà fastidio. Perché io mi lascio ingannare volontariamente dalla sua proposta, dal suo disegno di una pipa. Mi lascio coinvolgere nel suo mondo come se il quadro fosse un racconto o un romanzo. E quando lui mi dice che quella non è una pipa, sta rovinando il suo stesso mondo. Come se Rocco Schiavone, di fronte al cadavere dell’ennesima vittima, guardasse in camera e mi dicesse “Aho, guarda che non è morta davvero”.

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Perché fermare una storia?

Scrivendo un commento su Anna, di Niccolò Ammaniti, mi sono fermato a pensare all’utilità di alcuni flashback. Non sono molti, nel romanzo, e non portano in realtà nulla di utile alla trama. A volte caratterizzano un pochino di più un personaggio, ma niente che non si sarebbe potuto fare con qualcosa lungo la timeline della storia. Altre volte parlano di un altro personaggio che è presenta solo nel flashback e non nella timeline (o solo marginalmente). Insomma, divagazioni apparentemente inutili che fermano la storia, anziché farla progredire.

Ma siccome Ammaniti non è uno sprovveduto mi sono chiesto perché li ha introdotti.

Credo che il senso sia proprio quello di fermare la storia e dare il tempo al lettore di riflettere su quanto accade e di abituarsi alla situazione di quanto ha appena letto. Una sorta di pausa obbligata che il lettore fa senza nemmeno accorgersene.

Anna è un romanzo con un ritmo piuttosto serrato, in cui scopriamo cose terribili con gli occhi ingenui di una ragazzina.

Un esempio, tratto dal mio commento:

A pagina 40 seguiamo Anna nella sua casa, al buio, con una torcia. Il fratello scotta e lei cerca il quaderno, lasciato dalla madre, dove potrebbe trovare il modo di curarlo. Per una ventina di righe la vediamo aggirarsi per la casa (“Il fascio di luce illuminò un tappeto a scacchi colorati e una scrivania impolverata…” cose così). Poi di botto: “Sulla sopraccoperta rossa e blu c’era uno scheletro con le braccia incrociate”. La naturalezza di questa narrazione ci prende a schiaffi perché, da adulti, noi ci rendiamo conto e capiamo che Anna no, non se ne rende conto. Non del tutto.

Con periodi del genere, credo sia necessario ogni tanto fermarsi e io credo che Ammaniti abbia introdotto questi flashback (anche) per questa ragione.

E tu, perché scrivi?

di Marica Iannuzzi

ELMV_2016_IT_RGBGli Eventi letterari Monte Verità è un festival dedicato alla letteratura promosso e organizzato dall’Associazione Eventi letterari Monte Verità. Esso prevede una ventina di incontri con diverse personalità internazionali e nazionali che presentano i loro punti di vista e le loro opere durante gli appuntamenti con il pubblico – in Sala Balint del Monte Verità, in Piazza Elvezia e alla Biblioteca Popolare ad Ascona – con traduzione simultanea in tutte le lingue nazionali degli interventi e dei testi.

Gli Eventi letterari hanno voluto proporre il progetto “Cenacolo” con il fine di coinvolgere i giovani scrittori, in un’epoca in cui – come si può leggere sul sito ufficiale – i valori massimi vi è quello della produzione, dell’accumulo e dell’apparire, in cui il tempo del pensiero è sempre più sacrificato a scapito dell’azione, si è voluto proporre una piattaforma in cui fosse possibile ricreare quel clima di scambio e di ascolto tra artisti. Quest’anno si è arrivati alla quarta edizione del concorso Cenacolo con il tema “utopia e amore” – a cui la Scuola Yanez ha collaborato – e che si è svolta dal 14 al 17 aprile. Io ho avuto la fortuna di prenderne parte insieme ad altri nove ragazzi/-e provenienti da tutta la Svizzera e di avere Michela Murgia come mentore del gruppo.

Qui di seguito trovate la mia impressione su questa meravigliosa esperienza.

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Una nuova Divina Commedia?

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Rainer Maria Malafantucci, Gozzo Unterlachen poeta maledetto, DelosBooks, 2015

Commento semiserio a un romanzo poco serio, apparso inizialmente su sette quattro.

Non si può paragonare alcun testo alla Divina Commedia. Non si fa. Punto.

Perché la Divina Commedia è la madre dell’italiano. Perché è antica. Perché ci porta a incontrare il Creatore senza dover affrontare la morte. La Divina Commedia è il secondo libro più diffuso nelle case degli italiani (io ne avrò una decina di edizioni, ma è una storia lunga). La Divina Commedia è la bibbia for dummies.

Eppure io lo farò perché tra la Divina Commedia e Gozzo Unterlachen poeta maledetto (vincitore del Premio Odissea) i parallelismi sono tanti. Prima di tutto, il fatto di essere una commedia. Come ogni commedia italiana, la Divina Commedia è un po’ amarognola: fa ridere, ma fa riflettere. Le avventure di Gozzo Unterlachen sono – anche – divertenti, ma fanno risplendere le ombre della società in cui vive, che sono le stesse ombre che risplendono nel nostro mondo. Se le ombre potessero risplendere, beninteso.

Ed è pure divino, questo racconto della vita di Gozzo. Affronta il misticismo del dio Palamidone dando a Gozzo la guida dal suo Virgilio, rimodernato in Ivo Maligno. I due escono dall’inferno di una Milano dominata dal traffico e dall’inquinamento, dalle generazioni di tranvieri e dagli omini dei lavori stradali. La ricerca della sua maledizione (è maledetto mica per dire) lo porta nell’inferno della periferia, dove regna il Grande Expo, fino all’inferno della città dei morti di Vigevano. Quindi di inferno in inferno, mentre il più fortunato Alighieri saliva verso il Paradiso. Il ritorno alla normalità di Gozzo dipende da una grande battaglia, nell’inferno della Milano burocratica. Gozzo vincerà, ma la maledizione resterà in agguato.

Due storie distanti nel tempo, quella della Divina Commedia e quella di Gozzo Unterlachen poeta maledetto, due racconti apparentemente diversi tra loro. Eppure simili, e se Dante avesse parlato di angurie e di alci, la somiglianza sarebbe ancor più evidente.

Poi, in entrambi i casi, il protagonista è un poeta.

Poeta? Giudicate voi stessi leggendo questa opera di Gozzo Unterlachen:

Sotto la coltre oscura
della padan pianura
crescon proibiti frutti
a pallini verdi, e brutti;
e l’incauto viandante
che sosta sotto le piante
per tal infausta visione
smarrisce la ragione.

(manco la metrica, Gozzo,…)