Categoria: Selezione di esercizi

Flauti dagli abissi

In un recente laboratorio i partecipanti si sono confrontati con un esercizio dedicato al suonare le parole, la scrittura come arte dell’ascolto.

Ecco la prova di Tamara Kalberer. 

Fa sol la, sol fa sol, DO.

Bastano poche note e sono catapultata in dietro di una quindicina d’anni, tra poster di cavalli, crisi adolescenziali, il mangiacassette e pantaloni a zampa.

Questa canzone, seppure in chiave rivisitata “nativi d’America”, mi mette una certa apprensione.

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Il bicchiere vuoto

Esercizio di Silvia Bello Molteni

 

–     Ma non è possibile! L’ho appena riempito!

Mario fissa incredulo il calice vuoto sul tavolo.

– C’è qualcuno? – Si gira di scatto verso la cucina alle sue spalle, poi guarda sotto il

tavolo, ma  niente! Non c’è  nessuno:  solo lui, il divano,  l’armadio aperto,  il  tavolo, la

sedia e quel bicchiere vuoto davanti ai suoi occhi stanchi.

C’è  poco da  nascondersi  in quel  monolocale  mansardato,  illuminato dal  grande

lucernario sul  tetto, col  vetro sporco e  scheggiato che  disegna  cicatrici  d’ombra  sul

pavimento del locale.

 

Serio, prende il bicchiere, alza per un attimo lo sguardo verso il lucernario, attirato

dal rumore della pioggia sul vetro, poi ritorna con gli occhi sul calice che ha in mano, ne

stringe  il  gambo fine  con il  pollice  e  l’indice;  schiaccia, spreme,  quasi  a  vedere  se

qualche goccia residua di vino rosso zampilli verso l’alto.

–  Sei  proprio vuoto, accidenti!  O  forse  no! Aspetta  un attimo… –  Sussulta  con un

sogghigno maligno.

Si porta quindi il bicchiere all’occhio sinistro e, strizzando l’occhio destro, come un

capitano incerto, ne  scruta  il  fondo  col  suo improbabile  cannocchiale. Inarca  il  collo

verso l’alto e, alzando il bicchiere e la voce, parla alla sua ciurma invisibile:

– Nulla di nulla all’orizzonte rosso scuro del mio bicchiere vuo…

Una  goccia  di  vino sulle  ciglia  interrompe  il  suo spiare  nel  bicchiere  e, appena

scostato il vetro dalla pelle, disegna sulla palpebra un rigagnolo violaceo che cola giù,

lungo la guancia. In un rigurgito d’orgoglio, con la guancia segnata e l’occhio sinistro

bordato da un’impronta circolare, Mario scatta in piedi.

–  Ah! Vuoi  la  guerra?  E  guerra  sia! Tu sei  vuoto,  ma  io ti  riempio! Eccome  se ti

riempio! Qualcosa… qualcosa  troverò! Sono un tipo dalle  mille  risorse  io … Aspetta

qui!

 

Appoggia arrabbiato il bicchiere sul tavolo, che risponde con un rumore di legno. Si

gira, fa un passo ed è davanti al ripiano di cucina; prende la bottiglia di Merlot, ma è

vuota. Cerca tra tutte le bottiglie che tiene in una cesta a terra. Tutte vuote! La porta del

piccolo frigorifero gli rimbalza contro, talmente è forte la sua foga per aprirla, e subito

la richiude quando vede che non c’è più nulla sui ripiani.

– Nemmeno una birra…

Apre furioso le ante della piccola dispensa piena di scatole e confezioni diverse che

fa cadere a terra una ad una, elencandole in un arrabbiato crescente:

– Fagioli, ravioli, piselli, tonno… niente vino!

Spazientito lascia  tutto a  terra  e, con un calcio a  una  lattina  di  pesche  sciroppate,

triste  cadavere  nemico della  sua  battaglia  appena  persa, si  muove  di  nuovo verso il

tavolo, ma, improvvisamente, si blocca.

Nel suo bicchiere, lì, sul tavolo, un liquido rosa chiaro si è materializzato sul fondo, e

lentamente aumenta di volume.

 

Mario, con un mezzo sorriso, si  avvicina  a  quel  calice  magicamente  riempito e  si

accorge  che  dal  vetro scheggiato del  lucernario un pianto di  pioggia  cade  lento e

inesorabile: goccia dopo goccia riempie quel bicchiere, ormai non più vuoto.

– Cosa ti dicevo? Traditore di un bicchiere! Un modo per riempirti l’ho trovato!

Con un gesto carico di  spirito di  vittoria  agguanta  deciso il  calice  per il  gambo  e,

prima di bere quell’acqua colorata, pronuncia fiero il suo brindisi:

– E allora… SALUTE, bicchiere non più vuoto!